Mario Giacomelli

Biografia

A tredici anni è garzone presso la Tipografia Giunchedi finché non sopraggiunge la guerra, vi ritorna, dopo aver partecipato ai lavori di ricostruzione dai bombardamenti, come mario.jpgoperaio tipografo. Nel 1950 decide di aprire una sua tipografia.
Nel 1953, Giacomelli acquista una Bencini Comet S (CMF) modello del 1950, con ottica rientrante acromatica 1:11, pellicola 127, otturazione con tempi 1/50+B e sincro flash.  In quegli anni frequenta lo studio fotografico di Torcoletti, il quale gli presentò Giuseppe Cavalli, artista e critico d’arte. Sotto la guida di Ferruccio Ferroni e con la supervisione di Cavalli, Giacomelli si addentra nella tecnica fotografica. Nel 1954 si costituisce il gruppo fotografico “Misa”. Iniziano le prime pubblicazioni sulle riviste specializzate di Fotografia. Intanto il fotografo inizia a chiedere ai contadini, pagandoli, di creare con i loro trattori precisi segni sulla terra, agendo direttamente sul paesaggio da fotografare per poi accentuare tali segni nella stampa. Tramite Crocenzi, nel ’61 Elio Vittorini chiede a Giacomelli l’immagine Gente del sud (dalla serie Puglia) per la copertina dell’edizione inglese di Conversazione in Sicilia. Nel ’63 Piero Racanicchi, che insieme a Turroni è stato tra i primi critici sostenitori dell’opera di Giacomelli, segnala il fotografo a John Szarkowski, direttore del dipartimento di Fotografia del MOMA di New York che sceglie di esporre una sua fotografia alla mostra The Photographer’s Eye. Nel ’64 Szarkowski acquisirà poi l’intera serie Scanno e alcune immagini della serie Pretini. Nello stesso anno partecipa alla Biennale di Venezia con la serie dell’Ospizio, Verrà la morte e avrà i tuoi occhi. Nel ’78 partecipa alla Biennale di Venezia con fotografie di Paesaggi. Nel 1983/87 crea Il mare dei miei racconti fotografie aeree scattate alla spiaggia di Senigallia. Mario Giacomelli ci lascia il 25 novembre del 2000 a Senigallia, dopo un anno di malattia.


Su segnalazione di una cara amica in visita a Roma in questi giorni, ho potuto conoscere e comprendere meglio l’artista Mario Giacomelli ed è stata una piacevole scoperta. La sua storia di “fotografo della domenica” mi ha affascinato particolarmente e me lo ha fatto sentire subito vicino. La ricerca della verità e delle sue paure nelle opere che ci ha lasciato rivelano un’anima controversa, mai serena, l’anima di un vero artista che scatta per sentire tutto se stesso.

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Presa di coscienza sulla natura, Marche, 1977-2000. (Archivio Mario Giacomelli)

Quello che restituisce quest’uomo che non ha una grande cultura, ma si lascia affascinare e  trasportare dalla poesia e dalla pittura, è la ricerca di cose semplici, i profumi, i gesti, le carezze e i paesaggi, famose le sue geometrie, l’ingenuità e le difficoltà giornaliere raccontate con una capacità di invasione dell’animo di chi guarda, senza violenza nel soggetto che viene impresso.

E’ la delicatezza di chi sente vicina la persona che va a ritrarre, la quale si predispone con animo sereno al suo intento, senza negare nulla del suo sentire. Trovo in questa capacità di farsi tutt’uno con il soggetto ritratto, non facendolo rimanere un elemento a sé, ma completamento di un’opera non solo fotografica, ma tendente al pittorico, con una forte carica emotiva e una presenza evidente dell’artista, una grande qualità, rara, capace di rendere unici gli scatti di Giacomelli, che fanno entrare, suscitando domande e dubbi, lo spettatore ammirato da tanta maestria compositiva.

Allo stesso tempo, in alcune sue opere, Giacomelli lascia un vuoto da riempire, una sensazione di spazio aperto che lo fa aprire allo sguardo di chi osserva lasciandolo immaginare, creando sogni, disagi, paure e gioie. La foto come arte, come interpretazione infinita.

I pensieri che ha poi lasciato, ci raccontano di un uomo con un animo sensibile fuori dal comune, a discapito di un aspetto inquietante, una persona poetica nel suo modo di essere e vivere, che porta con sé quel che gli manca e che non è riuscito a coltivare. Per fortuna qualcosa ha trovato nella fotografia, e ce lo ha donato. Sarò sempre grato a Mario Giacomelli.

“Non so bene come li aveva, mia madre. Forse la sola differenza tra noi era che lei portava un vestito da donna, e io da uomo. Di mia madre, la cosa che mi sembra la più importante, e anche la più bella, è che in tutta la sua vita non sono mai riuscito a dirle che la amavo. Forse per il mio cattivo carattere, o per timidezza. Non sono mai riuscito a darle un bacio, e nemmeno a chiederle come stava. È morta pochi mesi fa. Ho baciato le sue labbra, dopo morta, ma per me era bello, e da quel momento ho cominciato a vivere con lei, adesso le chiedo come sta, se è felice di me.”

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Io non ho mani che accarezzino il volto, 1962-1963

Fino al 29 maggio 2016  Palazzo Braschi, Roma

Con circa duecento fotografie, La figura nera aspetta il bianco è una grande retrospettiva che ospita i più grandi lavori di Mario Giacomelli. Partendo dagli scatti presi sulla spiaggia di Senigallia ai “pretini” in festa, passando per Scanno fino ad arrivare alla storia di Un uomo, una donna, un amore. Protagonista delle sue immagini rimane comunque il paese in cui è nato e ha vissuto, e la sua regione, le Marche, che ha raccontato da ogni punto di vista. I campi, i laghi e le montagne, di cui ha messo in risalto i contrasti e le linee, nella loro naturale evoluzione e nei cambiamenti dovuti all’intervento umano.

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Il Bambino di Scanno. (Archivio Mario Giacomelli)

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